Spiritualità
Al cristiano disorientato
Lasciar fare Dio e fare ciò che Egli esige da noi
di Giandomenico Mucci, S.I.
Restare tranquilli dove Dio ci ha messi a vivere. Sembra il programma di vita di un rinunciatario, di un imboscato, di uno che si lascia scorrere addosso la vita passivamente, come gli accidiosi danteschi. Nessun programma di vita conviene meno di questo alla storia che richiede protagonisti combattenti, comunque attivi, e alla storia del nostro tempo che, come è stato detto, è caratterizzato dalla «rapidazione», cioè dal fluire frenetico e rumoroso come le rapide dei grandi corsi d’acqua. Eppure, è un atteggiamento di sapienza, se è cristianamente inteso, non come pigrizia e inattività, ma come assolvimento dei propri compiti privati e pubblici, con tutto l’impegno che richiedono, ma abbandonati, nella superiore visione ispirata dalla fede, al disegno, a noi ignoto, che Dio realizza a nostra insaputa nella storia umana. È l’atteggiamento con il quale il cristiano lavora, soffre e spera, mediante il quale riesce a coniugare, nel disorientamento che spesso gli procurano le idee e le vicende storiche, impegno terreno e pace interore. Si comprende bene che una tale impostazione di vita non è pane per creature deboli e pavide.
Il dottore dell’abbandono
Nella storia della spiritualità della Compagnia di Gesù c’è stato uno scrittore che, riecheggiando la pura tradizione ignaziana, è celebre, presso i cattolici e non cattolici, come il dottore dell’abbandono. Ci piace citarne qualche pagina (cfr J.-P. de Caussade, L’abbandono alla Provvidenza divina, Milano, Adelphi, 1989). Il cristiano (ma de Caussade dice l’anima) che vive pienamente la sua fede sperimenta in fondo al suo cuore una sicurezza che non dipende dall’andamento delle cose. Il Signore infonde questa sicurezza di essere sulla giusta via, ed essa sconfigge ogni paura. Egli costringe l’uomo a vedere la propria l’impotenza, a camminare a piedi, soltanto per dargli la sicurezza che la Provvidenza provvede a lui, portandolo tra le braccia. L’uomo allora non deve fare altro che oltrepassare la luce della ragione che accresce le tenebre della fede, credere che «quanto più la scena è confusa, tanto più piacere ci si attende dall’epilogo» (pag. 148).
Sia la vita interiore dei singoli sia il loro sguardo sul mondo si compendiano in questo: «Lasciar fare Dio e fare ciò che Egli esige da noi, ecco il Vangelo, ecco il principio generale della Scrittura. Quello che la vita di pura fede ha di oscuro non è ciò che l’anima deve praticare, ma ciò che Dio ha riservato a se stesso» (pagg. 154 s.). È un sentiero oscuro. Per inoltrarvisi occorre una grande fede, «poiché tutto è tanto più dubbio in quanto la ragione trova sempre da ridire» (pag. 155). L’abbandono, dunque, procedendo da una fede assoluta, è scienza esclusiva dei semplici o, altrimenti detto, di coloro che confidano totalmente soltanto in Dio. Anche quando osservano e subiscono il caos della storia umana.
«Se noi potessimo vedere la vita e considerare tutte le creature, non in se stesse, ma nel loro principio, se potessimo, insisto, vedere la vita di Dio in tutti gli oggetti, e come l’azione divina li muove, li mescola, li associa, li contrappone, e come li spinge verso mete opposte, riconosceremmo che tutto, in questa opera divina ha le sue origini, le sue misure, le sue proporzioni, i suoi rapporti. Tutto significa, tutto ha un senso perfetto. La fede è la luce del tempo» (pagg. 157-160). Letta nell’abbandono alla Provvidenza, la storia diventa una scrittura che Dio traccia ogni giorno sotto gli occhi dell’uomo di fede. In questo senso, è una storia sacra, «il seguito della Scrittura», nella quale il cristiano trova il segreto per interpretare e penetrare la vastità dell’azione divina nella storia degli uomini (pag. 160).