«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)
N.1 - Gennaio-Marzo 2015
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Anniversari - Bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco

Don Bosco: una vita per i giovani

Il suo sistema pedagogico si fondava su due sacramenti: confessione e comunione

di Don Pietro Diletti, S.D.B. (*)

Una pesante inquietudine grava sull’umanità all’inizio del terzo millennio: la grande promessa di progresso illimitato è fallita. La Rivoluzione sessuale ha generato violenza, schiavitù e nevrosi; la Rivoluzione proletaria ha partorito follia, sopraffazioni, terrore; la Rivoluzione tecnologica ha portato allo svuotamento dell’anima.
Dinnanzi al crollo di queste illusioni e all’insorgere delle bestialità che covano nell’uomo, ci si chiede come sia possibile continuare a vivere così, come e dove sia possibile liberarsi da se stessi.
Le grandi pasque laiche, quella tecnologica, marxista e freudiana sono fallite: piccoli spezzoni di liberazione inghiottiti nel grande fallimento.
E allora è ancora possibile parlare di liberazione? C’è ancora una speranza di libertà? Di fronte a tante pasque laiche fallite c’è il progetto di Pasqua di Dio: Salvare le salvezze parziali dell’uomo in un grande progetto di liberazione totale. Esattamente ciò che fece Don Bosco, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita.
Egli fu capace di sentire il grido dei giovani del suo tempo: la rivoluzione industriale sradica le famiglie dal loro contesto socio-culturale. I giovani sono oppressi o da un lavoro disumano o abbandonati, vagano per le strade della Torino industriale come ombre spettrali. Le sue prime impressioni sono sconvolgenti. Le periferie delle città sono cinture di miseria e di desolazione. Adolescenti vagabondano per le strade, disoccupati, intristiti, dandosi alla delinquenza più o meno spicciola per sbarcare il lunario, ma pronti al peggio. In questo contesto si inserisce la monumentale opera di educazione di Don Bosco, che è personalissima e comunitaria allo stesso tempo.

La vita
Nato a Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 e morto a Torino il 31 gennaio 1888, Don Giovanni Bosco ha vissuto in pieno le vicende del Risorgimento Italiano e della società che andava trasformandosi a causa dell’industrializzazione nascente. A nove anni ha il primo grande sogno che segnerà tutta la sua vita. La Madonna gli fa vedere un esercito di ragazzi disperati che si trasforma in una turba di ragazzi allegri e felici. Nel sogno il bambino non capisce, è confuso. La Madonna lo prende per mano e gli dice: «Ecco il tuo campo dove devi lavorare, renditi umile, forte e robusto e quello che hai visto lo farai per i miei figli … a suo tempo tutto comprenderai»! Giovannino e mamma Margherita interpretano quel sogno come una strada per la vita: «Chissà che non abbia a diventare prete»! Far del bene ai suoi amici, renderli felici. Giovanni ci prova subito. Quando le trombe dei saltimbanchi annunciano una festa patronale è in prima fila. Studia i trucchi dei prestigiatori, i segreti degli equilibristi. Una sera di domenica dà il suo primo spettacolo ai ragazzi dei dintorni. Fa miracoli di equilibrio con barattoli e casseruole sulla punta del naso. Poi balza sulla corda tesa tra due alberi e vi cammina sopra tra gli applausi dei presenti. Prima del brillante finale, ripete la predica sentita alla Messa del mattino e invita tutti a pregare.
Ma Giovanni pensa che per far del bene a tanti ragazzi bisogna studiare, diventare sacerdote. Trova grosse difficoltà da parte del fratello Antonio che non vuole. Giovanni allora lascia la sua casa e va a cercarsi un posto di lavoro come garzone. Poi Antonio si sposa e può tornare a casa a frequentare le scuole, prima a Castelnuovo e poi a Chieri. Qui per mantenersi impara a fare il sarto, il fabbro, il barista, dà ripetizioni. A vent’anni prende la decisione di farsi prete. È ordinato sacerdote il 5 giugno del 1841. Ora potrà finalmente dedicarsi ai giovani visti nel sogno. Va a cercarli per le strade di Torino. Don Bosco li cerca, li raccoglie di volta in volta in posti diversi, perché ovunque va con questi giovani viene cacciato. Ma Don Bosco supera tutte le difficoltà: vuole troppo bene ai suoi ragazzi per lasciarli a se stessi.

Nasce l’oratorio
Intanto i ragazzi aumentano di numero: nasce l’oratorio. Ma ora la preoccupazione fissa di don Bosco è quella di trovare un lavoro per chi non lo ha, ottenere condizioni migliori di vita per chi è già occupato, fare scuola dopo il lavoro ai più volenterosi. Molti di quei ragazzi alla sera, dormono nelle soffitte a gruppi o negli squallidi dormitori pubblici. Allora don Bosco comincia ad ospitarli in stanze che ha affittato nel quartiere di Valdocco. I soldi cominciano a diventare per lui un problema drammatico. Sale a bussare alla porta di borghesi, di nobili e anche di politici potenti: si fa mendicante per i suoi giovani.
Don Bosco intuisce dove si dirige la società e quindi la scelta dei giovani è una scelta profetica. I giovani, infatti, sono gli adulti di domani, coloro che si preparano ad assumere i ruoli sociali, che saranno protagonisti di una nuova società. Ora, in una società industriale il futuro si trova in una specializzazione tecnico-professionale. E don Bosco apre le scuole professionali, insegna loro i mestieri più diversi, li avvia al lavoro e li aiuta a entrare da protagonisti nella società. Ma don Bosco vuole raggiungere più ragazzi possibile, per questo scrive moltissimo. Diffonde opuscoli culturali, religiosi: diventa scrittore, giornalista. Nell’oratorio, teatro e scuola, musica e gioco sono un tutt’uno con quel che si vuol raggiungere: formare degli onesti cittadini e dei buoni cristiani. E per evitare che i suoi ragazzi facciano esperienze negative, sconvolgenti, inventa il suo metodo pedagogico: il Sistema Preventivo, che si basa sulla ragione, la religione e l’amorevolezza. In questo senso egli si colloca accanto al ragazzo, insieme con lui, dalla sua parte, nell’amicizia e nell’affetto, per ricordare il bene, aiutare, incoraggiare. «Ricordatevi -diceva- che l’educazione è un affare del cuore»! Inoltre soleva dire: «Non basta amare i giovani, bisogna che i giovani conoscano di essere amati»!
Ma tutto il sistema pedagogico si fondava su due sacramenti: confessione e comunione. «Io ritengo - diceva - che senza religione nulla si può far di buono tra i giovani». E agli educatori e ai suoi salesiani soleva ripetere: «Gli educatori amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace agli educatori… e queste cose imparano a fare con slancio e amore».
In questo contesto, in mezzo ai giovani poveri, abbandonati e pericolanti, don Bosco fa la scelta dell’intervento urgente, per salvare il salvabile. Certo don Bosco si rende conto con il passare degli anni, che l’intervento urgente, il subito non basta più, che l’azione di beneficenza ha dei limiti. Però egli dice che all’intervento ulteriore devono pensare gli altri (lo Stato, la Società) e nel frattempo bisogna fare il possibile, come la parabola del Samaritano. Ma è proprio per questo, che, insieme ad alcuni dei suoi primi giovani, fonda la Pia Società di San Francesco di Sales, ossia i Salesiani di oggi.

(*) Parroco della parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo .

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S. Caterina da Siena