«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)
N.2 - Marzo-Aprile 1999
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Luoghi dello spirito

Il monastero domenicano e la chiesa del SS. Rosario di Marino Laziale

Ogni monastero è il segno certo della speranza che la grave crisi religiosa del nostro tempo si risolverà in una nuova stagione che porterà presto i segni della presenza di Dio in questo mondo

di Enrico De Cillis (*)

Sino al 27 maggio 1675 al posto dell’attuale monastero esisteva una serie di edifici per lo più cantine, stalle e abitazioni contadine, di proprietà di un certo Ferdinando Leoncelli.
Quel giorno, Lorenzo Onofrio Colonna, per assecondare la ferma volontà della sorella Antonia - già Suor Isabella monaca domenicana del monastero dei SS. Domenico e Sisto in Roma, - decisa a fondare in Marino un nuovo monastero di stretta osservanza, stipulò atto di compera degli edifici del Leoncelli e l’annesso retrostante fondo agricolo, iniziandone subito le trasformazioni e le integrazioni necessarie per essere adibito a convento di una comunità claustrale.
La nuova fondazione era stata sanzionata da Papa Clemente X con un Breve Apostolico dell’8 maggio 1675. E certamente si lavorò alacremente se appena un anno dopo, il 22 settembre 1676, il monastero del SS. Rosario era già pronto per essere inaugurato con l’ingresso solenne della nuova comunità.
Nel primo pomeriggio di quel giorno, infatti, uno strano corteo uscì da Palazzo Colonna per dirigersi verso il Borgo delle Grazie. Tre monache domenicane con il tipico abito bianco e mantello nero – Sr. Isabella dei Principi Colonna, Sr. Giulia dei Marchesi Lancellotti e Sr. Agata Serafini – seguite da una quindicina di giovani donne già decise a divenire claustrali domenicane, e accompagnate da Marcantonio Colonna con la sorella vedova del Duca di Bassanello e i Dignitari del Palazzo, dal Maestro Generale dei Domenicani, Fra Tommaso dei Roccaberti, con altri Padri dell’Ordine, e poi ancora dagli Ecclesiastici del Duomo di Marino e da folla grande di marinesi, si recarono nella chiesa del nuovo monastero per dare inizio ad un tipo di vita claustrale vissuta secondo le originarie disposizioni dell’Ordine di San Domenico.

Il monastero oggi
Nei suoi trecento anni di storia, nonostante le odierne vicende imposte dalle guerre, dalle soppressioni degli istituti religiosi, dalle crisi di ogni genere, il monastero domenicano di Marino è sempre riemerso alla vita austera e feconda di vocazioni claustrali della sua origine. Pur costituendo il "luogo appartato" ove si realizza una vita religiosa tutta speciale, è un fatto vivo e pienamente inserito nella vita della Chiesa e anche nella vita del mondo moderno verso cui vuol essere un "gesto d’amore", perché in favore di questo mondo mantiene aperto costantemente il dialogo tra Dio e l’uomo.
E se poi circostanze speciali lo richiedessero, il monastero rimane anche pronto ad aprire le sue porte ai civili, come fece durante l’ultimo conflitto mondiale quando le monache cedettero le loro celle agli ammalati dell’ospedale civile di Marino, colpito e parzialmente distrutto da incursioni aeree.
Alcuni anni fa il monastero è stato sottoposto ad una radicale opera di restauro curata dalla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio. Nel quadro di questi restauri le monache hanno provveduto, con il sacrificio del proprio lavoro, a rinnovare e attrezzare una parte del monastero in "foresteria" accogliendovi quei laici che intendono trascorrere brevi periodi nella quiete di un ambiente religioso e a contatto con una comunità di preghiera, e possano così ripensare agli scopi autentici dell’umano esistere.
Oggi non v’è alcuno che non riconosca al nostro tempo i segni di una grave crisi religiosa. Noi crediamo che questo monastero, come i tanti altri che esistono in Italia e nel mondo, sia il segno certo della speranza che quella crisi si risolverà in una nuova stagione che porterà presto i segni della presenza di Dio in questo nostro mondo.

La chiesa del SS. Rosario
La chiesa del monastero, ove, secondo le cronache del tempo, il 22 settembre 1676, sostò il corteo delle prime monache e postulanti, e le autorità ecclesiastiche a ciò deputate procedettero al rito e a "tutti gli atti pubblici necessari" per l’inaugurazione della nuova fondazione, in effetti non era una chiesa, ma una semplice e provvisoria cappella, ricavata in un vasto locale del piano rialzato, oggi destinato a parlatorio del monastero.
Quella che invece le stesse cronache definiscono la "nuova chiesa" fu la prima ed è l’attuale chiesa del SS. Rosario.
I lavori per la sua costruzione iniziarono nel febbraio 1712, 36 anni dopo l’inaugurazione del monastero, con l’abbattimento di alcune strutture murarie del centro dell’edificio.
Praticamente tutto il vano centrale dell’esistente monastero fu sventrato dall’alto fino alle fondamenta, cosicché in esso fu come "incastonato" il tempio che oggi ammiriamo.
Il 2 marzo fu benedetta e deposta la prima pietra da Padre Tommaso Sala, Vicario del monastero.
La parte muraria fu completata in pochissimo tempo, se già il 30 aprile 1713, un anno dopo, la chiesa fu consacrata con l’altare maggiore dedicato alla Vergine del SS. Rosario, mentre il giorno dopo, primo maggio, furono consacrati i due altari laterali dedicati: al Crocifisso quello di destra e a S. Giuseppe quello a sinistra, di chi guarda dall’altare maggiore.
La monaca cronista diligentemente riferisce che si cominciò a costruire dai quattro pilastri della cupola, utilizzando per muri d’ambito quelli esistenti.
Il 2 maggio 1713 la chiesa fu provvidenzialmente visitata da P. Antonio Cloche, Maestro Generale dei Domenicani, perché "sommamente contento e soddisfatto della chiesa, stabilì, per sua liberalità, di compirne l’ornamento, giacché nelle nicchie e negli ovali sopra le quattro porte non vi erano statue. A sue spese, il P. Generale fece fare le sei statue esistenti ed i tre quadri che stanno sui tre altari".
Non conosciamo l’autore degli stucchi ornamentali, delle formelle, dei putti e delle statue esistenti. Sono certamente opera di artigiani specializzati che però lavoravano con pieno senso artistico.
Il giorno della posa della prima pietra era presente tutta la comunità claustrale e ogni suo membro depose una propria pietra dell’erigendo tempio; vi erano pure tutti i muratori "con il capo-maestro - dice la cronista - e insieme architetto il signor Giuseppe Sardi, romano, uomo di grande onore e di ingegno perspicace".Da ciò si desume che il Sardi non solo è l’autore-architetto della chiesa, ma anche l’imprenditore dei lavori. Perciò viene chiamato capo-maestro.
Il Sardi era stato allievo del Bernini e personaggio notevole nel contesto degli architetti romani del Settecento: assai noto come interprete dell’ultimo barocco, quello fine, leggero e gaio allo stesso tempo.
Lo schema tipologico della chiesa realizzato dal Sardi non è di facile lettura, se viene interpretato in modi diversi dagli studiosi della sua architettura.
Vi è chi parla di croce latina, chi di croce greca. Vi è chi legge nelle linee architettoniche sardiane la confluenza dei motivi berniniani e chi si rifà al Borromini. Tutto questo, a nostro avviso sta a dimostrare, come in effetti l’opera realizzata a Marino dal Sardi, rivela caratteri originalissimi.
Indubbiamente l’architetto nel progettare la chiesa, inserita in un monastero di Contemplative, intese armonizzare l’ideale del monastero con l’architettura della chiesa, dandogli lo slancio verso l’alto e realizzando, intorno alla convergenza circolare della cupola, tutti gli accessi dell’edificio; quasi a far convergere le aspirazioni delle claustrali in un sol punto e indirizzarle verso l’alto.
Enrico De Cillis

(*) Padre Enrico De Cillis dell’Ordine dei Frati Predicatori

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S. Caterina da Siena